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Fotografare un uomo da solo: cosa cambia quando in studio non c’è nessuno con cui giocare

Di solito nel mio studio entrano famiglie intere. Coppie in attesa, bambini che corrono, nonni che fanno finta di non commuoversi. Il mio lavoro è catturare quello che succede tra le persone: uno sguardo, una mano che cerca l’altra, una risata che parte da un papà e contagia tutti.

Questa volta è venuto un uomo da solo, il marito di una mia cliente. Niente bambini, niente moglie accanto, nessuno con cui giocare.

Ritratto maschile in studio: uomo in polo nera su fondo scuro e materico, sguardo diretto in camera

Vengono bene. Non è la stessa cosa che riconoscersi

Gli uomini davanti alla macchina fotografica di solito se la cavano. Non hanno addosso la pressione che sentono tante donne, l’idea di dover risultare in un certo modo, e quindi si lasciano stare. Vengono bene quasi da soli.

Il problema è un altro: moltissimi uomini pensano che farsi fare un ritratto sia una cosa da donne, e non ci pensano nemmeno. È un peccato, perché venire bene in una foto e riconoscersi in una foto sono due cose diverse. La prima succede quasi da sola. La seconda va cercata, e quasi nessuno la cerca per loro.

Quando non c’è nessuno a cui appoggiarsi

In una famiglia la relazione fa metà del lavoro: io creo le condizioni e loro si trovano. Con un uomo da solo la relazione è tra lui e l’obiettivo, quindi tra lui e me, e va costruita da zero e in fretta. Non c’è un bambino che ti distrae, non c’è una battuta della moglie che salva la posa.

Cambia anche la domanda che mi faccio. Con le famiglie cerco dinamiche e complicità. Qui cerco la persona: come siede, dove va lo sguardo, cosa fanno le mani quando non hanno niente da fare.

Ritratto maschile in studio: uomo in camicia scura seduto, una mano sul fianco e una sul ginocchio

Gli automatismi che qui non funzionano

Dopo anni di gravidanze e famiglie ho sviluppato dei riflessi: avvicinare le persone, cercare il contatto, far partire un movimento. Funzionano benissimo, e proprio per questo li faccio senza pensare.

Con lui non servivano. Un uomo che si abbraccia da solo non è una relazione, e un sorriso chiesto su comando non è naturalezza. Ho dovuto fermarmi e smontare le mie abitudini, ed è stata la parte più stimolante. Una fotografia può essere costruita e funzionare benissimo, a patto che non sembri costruita la persona.

Luce, sfondi, scelte

Qui ho potuto fare cose che con i bambini in movimento non posso permettermi. Sfondi scuri e materici, una luce che disegna il volto invece di aprirlo. Il bianco e nero, dove i ricci e i tatuaggi sugli avambracci raccontano più di qualsiasi colore. Un fondo chiaro con la camicia blu, che lo fa sembrare un’altra persona. Un totale seduto su una sedia e un primo piano in cui lo sguardo ti prende e non ti molla.

Ritratto maschile ambientato: uomo seduto su una sedia in una stanza dai toni scuri, luce che disegna il volto

Ogni immagine risponde alla mia domanda fissa: dove va il mio occhio per primo? Qui quasi sempre sullo sguardo.

Il divertimento

Ho scherzato molto, come faccio sempre. Per me è un metodo: l’ironia abbassa le difese, e le difese sono l’unica vera distanza tra una persona e una bella fotografia di sé.

Mi è piaciuto tantissimo. Cambiare soggetto allunga lo sguardo, e poi torni alle famiglie più attenta ai dettagli.

Foto che lavorano, non che restano nel cassetto

Lui le userà, e questo cambia come si scatta: ogni immagine deve servire a qualcosa. Ma un ritratto così non è solo per chi lavora con la propria faccia. È per un uomo che a quarant’anni, cinquanta, sessanta, si rende conto di non avere una fotografia in cui si riconosce. Per sé, per un compleanno, per chi gli vuole bene.

Se ti riconosci, scrivimi su WhatsApp e ne parliamo.

Riconoscimenti internazionali

Premio BPA Top 10 Photographer Gold 1st Place WPE Member Gold Badge Baby Photo Awards Outstanding Maternity
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